20 Aprile – 21 Maggio 2026
GLEN(N). Una variazione
Pallaksch
- Teatro

drammaturgia Jonathan Lazzini
regia Mario Scandale
interprete Giovanni Franzoni
sound design Federico Mezzana
luci Stefano Bardelli
costumi Anna Missaglia
assistente alla regia e cura dei movimenti di scena Maria Alice Tagliavini
Un proge4to teatrale dedicato al pianista Glenn Gould
Gould è stato un interprete unico: celebre per il suo modo profondamente personale di abitare il suono e per la scelta, nel 1964, di abbandonare definitivamente i concerti dal vivo, sottraendosi alla scena pubblica per dedicarsi esclusivamente alla registrazione in studio. Una decisione radicale, che ha messo in discussione il rapporto tra artista e pubblico.
Il progetto prende avvio da un elemento centrale della sua storia: le due incisioni delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach (1955 e 1981), uno dei capolavori più celebri della musica classica. Le Goldberg sono una composizione costruita su una serie di variazioni, cioè trasformazioni successive dello stesso materiale musicale.
Gould le incide due volte, a distanza di ventisei anni. La musica è la stessa, ma il risultato è profondamente diverso: cambia il tempo, cambia il respiro, cambia il modo di abitare il suono.
Queste due versioni diventano così il punto di partenza per una rifl essione più ampia: non solo sull’interpretazione musicale, ma sulla trasformazione dell’essere umano nel tempo.
Cosa accade a un'opera quando cambia il corpo che l'attraversa?
Il progetto non si configura come una biografia lineare, ma come un dispositivo drammaturgico costruito per frammenti, seguendo proprio la struttura delle Goldberg. Il testo è articolato in trentadue variazioni che intrecciano materiali biografici, riflessioni e visioni poetiche, dando forma a un monologo che oscilla tra racconto e immaginazione.
Il lavoro parte da una domanda: cosa accade a un’opera quando cambia il corpo che la attraversa?
Le due incisioni delle Variazioni Goldberg segnano due momenti lontani della vita di Glenn Gould. La musica è la stessa, ma ciò che cambia è lo sguardo, il tempo interno, la relazione con il suono. Non è più solo una questione di interpretazione: è una trasformazione del corpo e del pensiero.
Oggi viviamo in un contesto in cui l’esposizione è continua: artisti e individui sono chiamati a mostrarsi costantemente, a condividere processi e risultati, a mantenere una presenza visibile e permanente. In questo scenario, la scelta di Gould di ritirarsi e lasciare che sia solo il suono a parlare assume un valore preciso e controcorrente.
Questa tensione attraversa tutto il progetto: da un lato il desiderio di precisione, controllo, perfezione; dall’altro un corpo fragile, ossessivo, che fatica a stare nel mondo e nelle relazioni.
Il lavoro si costruisce dentro questa frattura.



